priori. Esiste il pensiero “e quindi” esiste la verità. Se “esiste”
l’uno “esiste” l’altra. Punto!
Il che non significa affatto fare una qualche affermazione relativa
all’esistenza, il famoso cogito ergo ecc., e nemmeno significa saperla, o
sapere a che cosa si riferisca questa verità, o un problema di
interpretazione, di linguaggio o di ermeneutica, in quanto qui siamo a
monte di tutto ciò, bensì soltanto fare un’affermazione che pone la
verità in rapporto con sè stessa:
La Verità esiste in quanto esiste l’idea della verità.
Che è un’idea ben diversa da quella dell’Unicorno o di Dio e viene da
noi elaborata per spiegare entrambi e tutto il resto, cioè si tratta di
un’idea che serve per spiegare e confermare altre idee, ma NON gli Enti
(nemmeno quelli astratti e nemmeno i numeri) a cui codeste idee si
riferiscono, anche se qualcosa a che fare con questi qui in effetti ce
l’ha, e la meccanica quantistica di questo fatto si sta finalmente e
timidamente accorgendo.
Per questo qui bisogna fare molta attenzione a non finire subito in
braccio a Platone o Parmendide, che sono i due rischi più grandi e
imperdonabili, in quanto le idee si riferiscono all’attività del
pensiero – e NON all’Essere – e il pensiero NON è qualcosa che “esiste”
ma soltanto qualcosa che noi esseri umani “pensiamo di pensare”.
Anche se si tratta di un “pensare di pensare” molto molto “fisico” e
materiale, che però non c’entra nemmeno niente con quello che tanta
parte della scienza intende ancora per “pensiero”.
Ragion per cui diremo che ci sono concetti che vanno assolutamente
tolti dalle grinfie malefiche della filosofia e portati finalmente sotto
in laboratorio, e il concetto di “verità” è uno di questi, come anche
il concetto di Essere, di Ente e di Essente.
Tutti concetti che vanno sottratti anche al dominio di Heidegger,
anche qui altra bella grana, in quanto si tratta di rendere il più
possibile discorsivi concetti che di per sè non lo sarebbero, ma che, a
differenza di altri (i concetti della matematica per esempio), tutti si
ritrovano ad usare continuamente anche nel discorso comune senza nemmeno
rendersene conto o immaginarlo.
E per fare ciò occorre sfrondare e sfrondare e ancora sfrondare tutto
un linguaggio ridondante e assolutamente non necessario, che è poi
quello che ha sempre utilizzato la filosofia, forse non potendo fare
altrimenti, chi può dirlo, ma che oggi non serve più ed è soltanto di
intralcio.
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E appunto tornando al concetto di verità possiamo subito dire che in
genere noi abbiamo una visione troppo romantica della verità, in quanto
la verità è la cosa più piatta, semplice, comune, banale, scontata,
dozzinale e per niente emozionante che ci “sia”.
Per questo continuamente cerchiamo la verità ma al contempo la
fuggiamo in ogni modo nella fantasia, nella tentazione della
rappresentazione e nel racconto – da non confondersi mai con l’Arte, in
quanto l’Arte è soltanto e sempre lì ad avvertirci che non abbiamo
ancora raggiunto la verità in un determinato settore, ed ha qundi un suo
ruolo preciso nell’identificazione della verità – perchè, purtroppo, la
verità non emoziona mai.
Mentre noi esseri umani siamo Enti che vivono di emozioni ancor prima
di essere Essenti che esperiscono la loro esistenza “nel pensiero in
quanto pensiero”, e questi due piani si intrecciano continuamente in noi
in modo indistricabile.
Con la differenza che mentre del secondo piano noi prendiamo atto con
lo strumento che ci offre quel piano stesso, e cioè l’ontologia, al
primo piano, quello relativo alle nostre emozioni in quanto noi stessi
Enti, possiamo soltanto “accedere/non-accedere” DOPO esserci
auto-assegnati l’essenza di Essenti (la famosa “essentizzazione”), e
questo crea un altro bel problema, anzi, il problema più grande.
E questo proprio per il fatto che noi esseri umani NON siamo un
obbiettivo che “vede” la realtà, e nemmeno un decodificatore che la
interpreta (come purtroppo “pensa” e “crede” ancora la scienza), bensì
siamo l’unico Ente tra tutti gli Enti che la CREANO questa realtà, e la
creano nel momento stesso in cui “pensano” di vederla (che è ben diverso
dal vederla).
La nostra non è quindi l’azione della fotocamera bensì l’azione di Dio,
anzi, per l’esattezza, di d’IO – in quanto l’atto creativo della realtà
da parte nostra è sempre soggettivo.
E tutto ciò per il fatto che la verità appartiene all’essere umano ma
al contempo non gli appartiene, essa semplicemente è, anche se in
qualche modo pare che sia proprio l’essere umano quello destinato a
coglierla – anche se non sempre nei modi che pensa o che prevede – ma
una volta colta non può fare altro che stare lì a “vederla” accadere.
Perchè la verità a noi interessa, la scopriamo inventandocela ma poi
lei c’è, ma siamo noi esseri umani che non interessiamo minimamente a
lei.